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2743522 Ano: 2022
Disciplina: Italiano
Banca: Consulplan
Orgão: SEED-PR
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Leggi l’articolo sotto e rispondi alle domande.

L’Europa è divisa sul nucleare

Metà paesi lo vogliono e metà no, e la crisi energetica e i progetti di transizione ecologica rendono le divergenze ancora

più gravi.

In questi mesi in cui la crisi energetica sta colpendo tutta Europa (in alcuni casi i prezzi dell’energia sono perfino raddoppiati

in un anno), si sono create notevoli divisioni tra governi ed esperti su come affrontare la carenza di energia, ridurre la dipendenza energetica dell’Europa dall’estero, in particolare dalla Russia, e al tempo stesso rispettare gli obiettivi della transizione ecologica.

Una delle questioni più dibattute riguarda il nucleare, che per alcuni sarebbe la risposta a molti di questi problemi, mentre

per altri sarebbe un investimento nella direzione sbagliata, se non addirittura un rischio.

L’Europa, quando si parla di energia nucleare, è di fatto divisa in due: un gruppo di paesi, tra cui anzitutto la Francia, che

usa il nucleare e che intende aumentare o espandere le sue centrali, in parte anche a causa della crisi energetica; e un altro gruppo che invece ha dismesso decenni fa le sue centrali, come l’Italia, o che lo sta facendo in questi anni, come la Germania.

Il dibattito in Europa attorno al nucleare va avanti da tempo, ma la crisi energetica lo ha reso più attuale e ha inasprito le

rispettive posizioni. Per esempio il presidente francese Emmanuel Macron, che all’inizio del suo mandato era sembrato piuttosto scettico sul nucleare, negli ultimi mesi ha deciso di puntarci risorse e credito politico, annunciando la costruzione di nuove centrali e il potenziamento di quelle vecchie.

In Germania, invece, la decisione di dismettere tutte le centrali nucleari del paese – presa da Angela Merkel nel 2011 dopo

il disastro di Fukushima: le ultime centrali saranno spente entro la fine del 2022 – sta creando grosse discussioni, anche all’interno del governo. Secondo i critici, la Germania dismette le sue centrali nucleari proprio mentre avrebbe bisogno di tutta l’energia disponibile, e si trova a ricorrere a gas e carbone per sopperire alle mancanze.

Anche in Italia, negli ultimi tempi, il dibattito sul nucleare si è molto ravvivato, anche se non ha raggiunto particolari

conclusioni. Le quattro centrali nucleari italiane furono tutte disattivate a partire dal 1986, a seguito di un referendum.

Come ha notato Bloomberg di recente, queste divisioni mettono il continente in una situazione praticamente unica in un

contesto mondiale in cui l’energia nucleare sta avendo una forte crescita. La Cina sta investendo centinaia di miliardi di dollari nel settore, e intende costruire 150 nuovi reattori nei prossimi 15 anni. La Russia sta costruendo nuove centrali sul proprio territorio, e soprattutto è uno dei principali esportatori di tecnologia nucleare nel mondo: le sue aziende stanno lavorando per costruire decine di centrali nucleari all’estero.

Attualmente, in Europa, la situazione della produzione di energia nucleare è divisa quasi perfettamente in due: ci sono 13

paesi che hanno reattori nucleari attivi (Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Spagna, Francia, Ungheria, Paesi Bassi, Romania, Slovenia, Slovacchia, Finlandia e Svezia) e 14 paesi che non producono energia nucleare e che, al massimo, ospitano nel loro paese un singolo reattore per scopi di ricerca (Danimarca, Estonia, Irlanda, Grecia, Croazia, Italia, Cipro, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Austria, Polonia, Portogallo).

Tra questi due schieramenti però la situazione è movimentata – e non priva di polemiche, come avvenuto di recente con

la decisione della Commissione Europea di considerare il nucleare (e il gas naturale) come una fonte d’energia sostenibile.

Belgio, Germania e Spagna pur avendo centrali nucleari hanno deciso negli ultimi anni che le dismetteranno

completamente, seppure con tempistiche differenti: la Germania intende farlo entro il 2022, mentre la Spagna comincerà nel 2027 e terminerà nel 2035. Anche la Svizzera, benché non faccia parte dell’Unione Europea, di recente ha approvato un referendum per dismettere tutte le sue centrali attualmente attive e non costruirne altre.

Nell’altro schieramento, molti dei paesi che già hanno centrali nucleari hanno avviato i lavori per costruirne di nuove, o

stanno approvando progetti per farlo: tra questi Francia, Regno Unito (che non fa più parte dell’Unione), Finlandia e Paesi Bassi.

Ci sono inoltre due paesi, la Polonia e l’Estonia, che al momento non hanno centrali nucleari ma stanno valutando

seriamente progetti per costruirne in futuro: in particolare la Polonia, che ha già individuato il luogo in cui sarà costruito il suo primo reattore: il governo progetta di realizzarne sei in tutto, e di cominciare a produrre energia nucleare entro il 2033.

Ma benché la situazione tra i paesi europei favorevoli e contrari al nucleare sembri più o meno di parità, la produzione di

energia nucleare in Europa è calata costantemente negli ultimi vent’anni, e non soltanto perché vari paesi hanno deciso di dismettere le loro centrali.

Un esempio piuttosto evidente è quello della Francia, che con i suoi 56 reattori genera il 52 per cento di tutta l’energia

nucleare prodotta in Europa. Le infrastrutture nucleari francesi, tuttavia, sono piuttosto vecchie e malandate: EDF, l’azienda statale che le gestisce, è da tempo in crisi, e negli ultimi tempi ben cinque centrali sono state chiuse temporaneamente per riparazioni. Il risultato è che la produzione di energia nucleare francese è ai minimi da decenni: era 430 terawattora nel 2005 ma soltanto 335 terawattora nel 2020, e dovrebbe calare ulteriormente nel 2022 (un terawattora sono un miliardo di kilowattora, che è l’energia che consuma un piccolo asciugacapelli in un’ora, più o meno).

L’Unione Europea, dunque, si trova nel mezzo della peggiore crisi energetica degli ultimi decenni divisa sulla questione del

nucleare, e con la produzione in declino, in un contesto in cui in buona parte del resto del mondo la produzione di energia nucleare è destinata ad aumentare nei prossimi anni. Per alcuni analisti, questo è il frutto di decenni di gravi errori strategici. Come ha titolato Bloomberg: «L’Europa sta perdendo la sua energia nucleare proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno».

Bisogna considerare, però, che la produzione di energia nucleare richiede investimenti ingenti e tempi lunghi: il nucleare

non potrebbe risolvere l’attuale crisi energetica nemmeno se tutti i governi europei si mettessero d’accordo sul suo sviluppo massiccio. La costruzione da zero di una nuova centrale, infatti, richiede almeno 10 anni, ed enormi investimenti. Se un paese come l’Italia decidesse, per esempio, di ricominciare a produrre energia nucleare, dovrebbe spendere decine di miliardi di euro, e i primi risultati si vedrebbero nel prossimo decennio.

Queste polemiche si inseriscono poi in un dibattito più ampio tra chi considera l’energia nucleare come necessaria per la

transizione ecologica, perché generare energia elettrica nelle centrali nucleari non emette gas serra (produce tuttavia scorie nucleari difficili da gestire) e chi ritiene che, in un momento in cui bisognerebbe puntare tutto sulle rinnovabili, continuare a farci affidamento potrebbe essere controproducente.

Anche in questo caso, i due principali contendenti sono Francia e Germania. Il presidente francese Macron, annunciando

nuovi investimenti nella produzione di energia nucleare, l’ha descritta come uno strumento indispensabile per la transizione energetica: senza nucleare, le rinnovabili da sole non ce la fanno. Anche un altro noto politico francese, il commissario europeo al Mercato interno Thierry Breton, è un sostenitore del nucleare, e ha detto di recente che l’Europa dovrebbe investire nel settore 500 miliardi di euro per soddisfare la sua domanda energetica e al tempo stesso rispettare i requisiti ambientali.

Il governo tedesco, invece, è tra i più agguerriti contro il nucleare, e con i Verdi nella coalizione è decisamente improbabile

che le cose cambino.

La decisione tedesca di dismettere le centrali è spesso presentata come dettata dalla paura che seguì il disastro di

Fukushima, e in parte è certo così. Al tempo stesso, però, vari esperti tedeschi ritengono che eliminare il nucleare sia l’unico modo per valorizzare davvero le energie rinnovabili: da Fukushima in poi, la produzione di energia da fonti rinnovabili in Germania è triplicata, e ora soddisfa circa il 45 per cento del fabbisogno di energia elettrica. «C’è stata una chiara connessione tra l’uscita dal nucleare e l’entrata delle rinnovabili», ha detto all’Economist un’esperta tedesca.

(da Il Post, mercoledì 2 febbraio 2022.)

La frase “ha dismesso decenni fa le sue centrali” NON può essere sostituita, senza modifiche semantiche, dall'espressione:

 

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L’Europa è divisa sul nucleare

Metà paesi lo vogliono e metà no, e la crisi energetica e i progetti di transizione ecologica rendono le divergenze ancora

più gravi.

In questi mesi in cui la crisi energetica sta colpendo tutta Europa (in alcuni casi i prezzi dell’energia sono perfino raddoppiati

in un anno), si sono create notevoli divisioni tra governi ed esperti su come affrontare la carenza di energia, ridurre la dipendenza energetica dell’Europa dall’estero, in particolare dalla Russia, e al tempo stesso rispettare gli obiettivi della transizione ecologica.

Una delle questioni più dibattute riguarda il nucleare, che per alcuni sarebbe la risposta a molti di questi problemi, mentre

per altri sarebbe un investimento nella direzione sbagliata, se non addirittura un rischio.

L’Europa, quando si parla di energia nucleare, è di fatto divisa in due: un gruppo di paesi, tra cui anzitutto la Francia, che

usa il nucleare e che intende aumentare o espandere le sue centrali, in parte anche a causa della crisi energetica; e un altro gruppo che invece ha dismesso decenni fa le sue centrali, come l’Italia, o che lo sta facendo in questi anni, come la Germania.

Il dibattito in Europa attorno al nucleare va avanti da tempo, ma la crisi energetica lo ha reso più attuale e ha inasprito le

rispettive posizioni. Per esempio il presidente francese Emmanuel Macron, che all’inizio del suo mandato era sembrato piuttosto scettico sul nucleare, negli ultimi mesi ha deciso di puntarci risorse e credito politico, annunciando la costruzione di nuove centrali e il potenziamento di quelle vecchie.

In Germania, invece, la decisione di dismettere tutte le centrali nucleari del paese – presa da Angela Merkel nel 2011 dopo

il disastro di Fukushima: le ultime centrali saranno spente entro la fine del 2022 – sta creando grosse discussioni, anche all’interno del governo. Secondo i critici, la Germania dismette le sue centrali nucleari proprio mentre avrebbe bisogno di tutta l’energia disponibile, e si trova a ricorrere a gas e carbone per sopperire alle mancanze.

Anche in Italia, negli ultimi tempi, il dibattito sul nucleare si è molto ravvivato, anche se non ha raggiunto particolari

conclusioni. Le quattro centrali nucleari italiane furono tutte disattivate a partire dal 1986, a seguito di un referendum.

Come ha notato Bloomberg di recente, queste divisioni mettono il continente in una situazione praticamente unica in un

contesto mondiale in cui l’energia nucleare sta avendo una forte crescita. La Cina sta investendo centinaia di miliardi di dollari nel settore, e intende costruire 150 nuovi reattori nei prossimi 15 anni. La Russia sta costruendo nuove centrali sul proprio territorio, e soprattutto è uno dei principali esportatori di tecnologia nucleare nel mondo: le sue aziende stanno lavorando per costruire decine di centrali nucleari all’estero.

Attualmente, in Europa, la situazione della produzione di energia nucleare è divisa quasi perfettamente in due: ci sono 13

paesi che hanno reattori nucleari attivi (Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Spagna, Francia, Ungheria, Paesi Bassi, Romania, Slovenia, Slovacchia, Finlandia e Svezia) e 14 paesi che non producono energia nucleare e che, al massimo, ospitano nel loro paese un singolo reattore per scopi di ricerca (Danimarca, Estonia, Irlanda, Grecia, Croazia, Italia, Cipro, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Austria, Polonia, Portogallo).

Tra questi due schieramenti però la situazione è movimentata – e non priva di polemiche, come avvenuto di recente con

la decisione della Commissione Europea di considerare il nucleare (e il gas naturale) come una fonte d’energia sostenibile.

Belgio, Germania e Spagna pur avendo centrali nucleari hanno deciso negli ultimi anni che le dismetteranno

completamente, seppure con tempistiche differenti: la Germania intende farlo entro il 2022, mentre la Spagna comincerà nel 2027 e terminerà nel 2035. Anche la Svizzera, benché non faccia parte dell’Unione Europea, di recente ha approvato un referendum per dismettere tutte le sue centrali attualmente attive e non costruirne altre.

Nell’altro schieramento, molti dei paesi che già hanno centrali nucleari hanno avviato i lavori per costruirne di nuove, o

stanno approvando progetti per farlo: tra questi Francia, Regno Unito (che non fa più parte dell’Unione), Finlandia e Paesi Bassi.

Ci sono inoltre due paesi, la Polonia e l’Estonia, che al momento non hanno centrali nucleari ma stanno valutando

seriamente progetti per costruirne in futuro: in particolare la Polonia, che ha già individuato il luogo in cui sarà costruito il suo primo reattore: il governo progetta di realizzarne sei in tutto, e di cominciare a produrre energia nucleare entro il 2033.

Ma benché la situazione tra i paesi europei favorevoli e contrari al nucleare sembri più o meno di parità, la produzione di

energia nucleare in Europa è calata costantemente negli ultimi vent’anni, e non soltanto perché vari paesi hanno deciso di dismettere le loro centrali.

Un esempio piuttosto evidente è quello della Francia, che con i suoi 56 reattori genera il 52 per cento di tutta l’energia

nucleare prodotta in Europa. Le infrastrutture nucleari francesi, tuttavia, sono piuttosto vecchie e malandate: EDF, l’azienda statale che le gestisce, è da tempo in crisi, e negli ultimi tempi ben cinque centrali sono state chiuse temporaneamente per riparazioni. Il risultato è che la produzione di energia nucleare francese è ai minimi da decenni: era 430 terawattora nel 2005 ma soltanto 335 terawattora nel 2020, e dovrebbe calare ulteriormente nel 2022 (un terawattora sono un miliardo di kilowattora, che è l’energia che consuma un piccolo asciugacapelli in un’ora, più o meno).

L’Unione Europea, dunque, si trova nel mezzo della peggiore crisi energetica degli ultimi decenni divisa sulla questione del

nucleare, e con la produzione in declino, in un contesto in cui in buona parte del resto del mondo la produzione di energia nucleare è destinata ad aumentare nei prossimi anni. Per alcuni analisti, questo è il frutto di decenni di gravi errori strategici. Come ha titolato Bloomberg: «L’Europa sta perdendo la sua energia nucleare proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno».

Bisogna considerare, però, che la produzione di energia nucleare richiede investimenti ingenti e tempi lunghi: il nucleare

non potrebbe risolvere l’attuale crisi energetica nemmeno se tutti i governi europei si mettessero d’accordo sul suo sviluppo massiccio. La costruzione da zero di una nuova centrale, infatti, richiede almeno 10 anni, ed enormi investimenti. Se un paese come l’Italia decidesse, per esempio, di ricominciare a produrre energia nucleare, dovrebbe spendere decine di miliardi di euro, e i primi risultati si vedrebbero nel prossimo decennio.

Queste polemiche si inseriscono poi in un dibattito più ampio tra chi considera l’energia nucleare come necessaria per la

transizione ecologica, perché generare energia elettrica nelle centrali nucleari non emette gas serra (produce tuttavia scorie nucleari difficili da gestire) e chi ritiene che, in un momento in cui bisognerebbe puntare tutto sulle rinnovabili, continuare a farci affidamento potrebbe essere controproducente.

Anche in questo caso, i due principali contendenti sono Francia e Germania. Il presidente francese Macron, annunciando

nuovi investimenti nella produzione di energia nucleare, l’ha descritta come uno strumento indispensabile per la transizione energetica: senza nucleare, le rinnovabili da sole non ce la fanno. Anche un altro noto politico francese, il commissario europeo al Mercato interno Thierry Breton, è un sostenitore del nucleare, e ha detto di recente che l’Europa dovrebbe investire nel settore 500 miliardi di euro per soddisfare la sua domanda energetica e al tempo stesso rispettare i requisiti ambientali.

Il governo tedesco, invece, è tra i più agguerriti contro il nucleare, e con i Verdi nella coalizione è decisamente improbabile

che le cose cambino.

La decisione tedesca di dismettere le centrali è spesso presentata come dettata dalla paura che seguì il disastro di

Fukushima, e in parte è certo così. Al tempo stesso, però, vari esperti tedeschi ritengono che eliminare il nucleare sia l’unico modo per valorizzare davvero le energie rinnovabili: da Fukushima in poi, la produzione di energia da fonti rinnovabili in Germania è triplicata, e ora soddisfa circa il 45 per cento del fabbisogno di energia elettrica. «C’è stata una chiara connessione tra l’uscita dal nucleare e l’entrata delle rinnovabili», ha detto all’Economist un’esperta tedesca.

(da Il Post, mercoledì 2 febbraio 2022.)

Nel paragrafo “... benché la situazione tra i paesi europei favorevoli e contrari al nucleare sembri più o meno di parità, la produzione di energia nucleare in Europa è calata costantemente negli ultimi vent’anni”, indica quale, tra le alternative proposte sotto, NON può sostituire, senza modifiche semantiche, l'espressione sopra:

 

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Leggi l’articolo sotto e rispondi alle domande.

L’Europa è divisa sul nucleare

Metà paesi lo vogliono e metà no, e la crisi energetica e i progetti di transizione ecologica rendono le divergenze ancora

più gravi.

In questi mesi in cui la crisi energetica sta colpendo tutta Europa (in alcuni casi i prezzi dell’energia sono perfino raddoppiati

in un anno), si sono create notevoli divisioni tra governi ed esperti su come affrontare la carenza di energia, ridurre la dipendenza energetica dell’Europa dall’estero, in particolare dalla Russia, e al tempo stesso rispettare gli obiettivi della transizione ecologica.

Una delle questioni più dibattute riguarda il nucleare, che per alcuni sarebbe la risposta a molti di questi problemi, mentre

per altri sarebbe un investimento nella direzione sbagliata, se non addirittura un rischio.

L’Europa, quando si parla di energia nucleare, è di fatto divisa in due: un gruppo di paesi, tra cui anzitutto la Francia, che

usa il nucleare e che intende aumentare o espandere le sue centrali, in parte anche a causa della crisi energetica; e un altro gruppo che invece ha dismesso decenni fa le sue centrali, come l’Italia, o che lo sta facendo in questi anni, come la Germania.

Il dibattito in Europa attorno al nucleare va avanti da tempo, ma la crisi energetica lo ha reso più attuale e ha inasprito le

rispettive posizioni. Per esempio il presidente francese Emmanuel Macron, che all’inizio del suo mandato era sembrato piuttosto scettico sul nucleare, negli ultimi mesi ha deciso di puntarci risorse e credito politico, annunciando la costruzione di nuove centrali e il potenziamento di quelle vecchie.

In Germania, invece, la decisione di dismettere tutte le centrali nucleari del paese – presa da Angela Merkel nel 2011 dopo

il disastro di Fukushima: le ultime centrali saranno spente entro la fine del 2022 – sta creando grosse discussioni, anche all’interno del governo. Secondo i critici, la Germania dismette le sue centrali nucleari proprio mentre avrebbe bisogno di tutta l’energia disponibile, e si trova a ricorrere a gas e carbone per sopperire alle mancanze.

Anche in Italia, negli ultimi tempi, il dibattito sul nucleare si è molto ravvivato, anche se non ha raggiunto particolari

conclusioni. Le quattro centrali nucleari italiane furono tutte disattivate a partire dal 1986, a seguito di un referendum.

Come ha notato Bloomberg di recente, queste divisioni mettono il continente in una situazione praticamente unica in un

contesto mondiale in cui l’energia nucleare sta avendo una forte crescita. La Cina sta investendo centinaia di miliardi di dollari nel settore, e intende costruire 150 nuovi reattori nei prossimi 15 anni. La Russia sta costruendo nuove centrali sul proprio territorio, e soprattutto è uno dei principali esportatori di tecnologia nucleare nel mondo: le sue aziende stanno lavorando per costruire decine di centrali nucleari all’estero.

Attualmente, in Europa, la situazione della produzione di energia nucleare è divisa quasi perfettamente in due: ci sono 13

paesi che hanno reattori nucleari attivi (Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Spagna, Francia, Ungheria, Paesi Bassi, Romania, Slovenia, Slovacchia, Finlandia e Svezia) e 14 paesi che non producono energia nucleare e che, al massimo, ospitano nel loro paese un singolo reattore per scopi di ricerca (Danimarca, Estonia, Irlanda, Grecia, Croazia, Italia, Cipro, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Austria, Polonia, Portogallo).

Tra questi due schieramenti però la situazione è movimentata – e non priva di polemiche, come avvenuto di recente con

la decisione della Commissione Europea di considerare il nucleare (e il gas naturale) come una fonte d’energia sostenibile.

Belgio, Germania e Spagna pur avendo centrali nucleari hanno deciso negli ultimi anni che le dismetteranno

completamente, seppure con tempistiche differenti: la Germania intende farlo entro il 2022, mentre la Spagna comincerà nel 2027 e terminerà nel 2035. Anche la Svizzera, benché non faccia parte dell’Unione Europea, di recente ha approvato un referendum per dismettere tutte le sue centrali attualmente attive e non costruirne altre.

Nell’altro schieramento, molti dei paesi che già hanno centrali nucleari hanno avviato i lavori per costruirne di nuove, o

stanno approvando progetti per farlo: tra questi Francia, Regno Unito (che non fa più parte dell’Unione), Finlandia e Paesi Bassi.

Ci sono inoltre due paesi, la Polonia e l’Estonia, che al momento non hanno centrali nucleari ma stanno valutando

seriamente progetti per costruirne in futuro: in particolare la Polonia, che ha già individuato il luogo in cui sarà costruito il suo primo reattore: il governo progetta di realizzarne sei in tutto, e di cominciare a produrre energia nucleare entro il 2033.

Ma benché la situazione tra i paesi europei favorevoli e contrari al nucleare sembri più o meno di parità, la produzione di

energia nucleare in Europa è calata costantemente negli ultimi vent’anni, e non soltanto perché vari paesi hanno deciso di dismettere le loro centrali.

Un esempio piuttosto evidente è quello della Francia, che con i suoi 56 reattori genera il 52 per cento di tutta l’energia

nucleare prodotta in Europa. Le infrastrutture nucleari francesi, tuttavia, sono piuttosto vecchie e malandate: EDF, l’azienda statale che le gestisce, è da tempo in crisi, e negli ultimi tempi ben cinque centrali sono state chiuse temporaneamente per riparazioni. Il risultato è che la produzione di energia nucleare francese è ai minimi da decenni: era 430 terawattora nel 2005 ma soltanto 335 terawattora nel 2020, e dovrebbe calare ulteriormente nel 2022 (un terawattora sono un miliardo di kilowattora, che è l’energia che consuma un piccolo asciugacapelli in un’ora, più o meno).

L’Unione Europea, dunque, si trova nel mezzo della peggiore crisi energetica degli ultimi decenni divisa sulla questione del

nucleare, e con la produzione in declino, in un contesto in cui in buona parte del resto del mondo la produzione di energia nucleare è destinata ad aumentare nei prossimi anni. Per alcuni analisti, questo è il frutto di decenni di gravi errori strategici. Come ha titolato Bloomberg: «L’Europa sta perdendo la sua energia nucleare proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno».

Bisogna considerare, però, che la produzione di energia nucleare richiede investimenti ingenti e tempi lunghi: il nucleare

non potrebbe risolvere l’attuale crisi energetica nemmeno se tutti i governi europei si mettessero d’accordo sul suo sviluppo massiccio. La costruzione da zero di una nuova centrale, infatti, richiede almeno 10 anni, ed enormi investimenti. Se un paese come l’Italia decidesse, per esempio, di ricominciare a produrre energia nucleare, dovrebbe spendere decine di miliardi di euro, e i primi risultati si vedrebbero nel prossimo decennio.

Queste polemiche si inseriscono poi in un dibattito più ampio tra chi considera l’energia nucleare come necessaria per la

transizione ecologica, perché generare energia elettrica nelle centrali nucleari non emette gas serra (produce tuttavia scorie nucleari difficili da gestire) e chi ritiene che, in un momento in cui bisognerebbe puntare tutto sulle rinnovabili, continuare a farci affidamento potrebbe essere controproducente.

Anche in questo caso, i due principali contendenti sono Francia e Germania. Il presidente francese Macron, annunciando

nuovi investimenti nella produzione di energia nucleare, l’ha descritta come uno strumento indispensabile per la transizione energetica: senza nucleare, le rinnovabili da sole non ce la fanno. Anche un altro noto politico francese, il commissario europeo al Mercato interno Thierry Breton, è un sostenitore del nucleare, e ha detto di recente che l’Europa dovrebbe investire nel settore 500 miliardi di euro per soddisfare la sua domanda energetica e al tempo stesso rispettare i requisiti ambientali.

Il governo tedesco, invece, è tra i più agguerriti contro il nucleare, e con i Verdi nella coalizione è decisamente improbabile

che le cose cambino.

La decisione tedesca di dismettere le centrali è spesso presentata come dettata dalla paura che seguì il disastro di

Fukushima, e in parte è certo così. Al tempo stesso, però, vari esperti tedeschi ritengono che eliminare il nucleare sia l’unico modo per valorizzare davvero le energie rinnovabili: da Fukushima in poi, la produzione di energia da fonti rinnovabili in Germania è triplicata, e ora soddisfa circa il 45 per cento del fabbisogno di energia elettrica. «C’è stata una chiara connessione tra l’uscita dal nucleare e l’entrata delle rinnovabili», ha detto all’Economist un’esperta tedesca.

(da Il Post, mercoledì 2 febbraio 2022.)

Segna l’unica alternativa che contiene informazioni che si possono dedurre dalla lettura del testo:

 

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Giro di vite sull’uso dell’acqua anche a mantova: scatta l’ordinanza del sindaco palazzi

MANTOVA. Giro di vite sull’uso dell’acqua sul territorio comunale. Recependo le indicazioni del decreto della Regione per

affrontare l’emergenza siccità, il sindaco Mattia Palazzi ha firmato un’ordinanza per ridurre lo spreco d’acqua. Il documento prevede «con decorrenza immediata e sino al termine dello stato di criticità idrica (il decreto regionale lo fissa al 30 settembre), il divieto di prelievo e di consumo di acqua potabile per l’irrigazione ed annaffiatura di giardini e prati privati e pubblici, fatta eccezione per l’irrigazione pubblica a goccia che interessa i nuovi impianti di alberi e specie arboree ed arbustive che devono essere preservati e per le altre modalità di innaffiatura delle aree verdi pubbliche la cui sospensione comporti danni irreversibili alle essenze arboree. In tal caso dovrà comunque essere ridotta al massimo possibile la frequenza dei cicli di innaffiatura».

L’ordinanza vieta anche «il lavaggio di cortili, piazzali e terrazze, il lavaggio di veicoli privati, ad esclusione di quello svolto

dagli autolavaggi. Vietato il riempimento o l’alimentazione di fontane ornamentali, vasche da giardino, piscine private anche se dotate di impianto di ricircolo dell’acqua». Stop alle fontanelle pubbliche «ad erogazione continua non dotate di rubinetto di chiusura e apertura del flusso, fatta eccezione per quelle necessarie al monitoraggio della salubrità dell’acqua».

In sintesi, sono proibiti «tutti gli usi diversi da quelli alimentare, domestico e igienico, se non strettamente necessari».

«Il Comune – sottolinea Palazzi – fa la propria parte per ridurre al minimo lo spreco d’acqua in particolare in questo periodo

di siccità. Chiedo che anche i cittadini mantovani, ciascuno nel proprio ambito, si facciano responsabilmente parte attiva di questo sforzo finalizzato a preservare quanto più possibile un bene prezioso e indispensabile come l’acqua. Altre buone prassi sono pubblicate sulla pagina Facebook del Comune di Mantova».

LE PREVISIONI.

La grande bolla africana continuerà a pompare caldo torrido in Italia e in Europa anche la prossima settimana. Già oggi, nel

Mantovano, avvertiremo un aumento di temperatura. «La massima in città dovrebbe raggiungere i 35 gradi – spiega Marco Giazzi di Meteonetwork – ma la giornata di lunedì sarà probabilmente la più calda della settimana, con una massima che toccherà i 37 gradi, forse addirittura i 38».

E la pioggia? «Martedì potrebbe, e sottolineo l’uso del condizionale, esserci l’unica parentesi di precipitazioni della

settimana – dice Giazzi – è previsto il passaggio di una perturbazione sulle Alpi nel pomeriggio, ma città e buona parte del territorio provinciale rischiano di essere fuori dalla sua portata. Forse l’Alto Mantovano potrebbe essere interessato da qualche temporale. Potrebbero essere temporali molto violenti, in grado di fare danni senza, ovviamente, risolvere il problema della siccità». Qualche dato statistico ci può far comprendere la gravità della situazione. Da inizio anno ad oggi sono caduti in città solo 155 millimetri di pioggia. «Di norma dovrebbero essere circa 400 – spiega Giazzi – in giugno, poi, ne sono caduti solo 17».

(Nicola Corradini, 25 giugno 2022, Gazzetta di Mantova.)

Nella frase in corsivo nel testo: “Chiedo che anche i cittadini mantovani, ciascuno nel proprio ambito, si facciano responsabilmente parte attiva di questo sforzo finalizzato a preservare quanto più possibile un bene prezioso e indispensabile come l’acqua.” il che è:

 

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Giro di vite sull’uso dell’acqua anche a mantova: scatta l’ordinanza del sindaco palazzi

MANTOVA. Giro di vite sull’uso dell’acqua sul territorio comunale. Recependo le indicazioni del decreto della Regione per

affrontare l’emergenza siccità, il sindaco Mattia Palazzi ha firmato un’ordinanza per ridurre lo spreco d’acqua. Il documento prevede «con decorrenza immediata e sino al termine dello stato di criticità idrica (il decreto regionale lo fissa al 30 settembre), il divieto di prelievo e di consumo di acqua potabile per l’irrigazione ed annaffiatura di giardini e prati privati e pubblici, fatta eccezione per l’irrigazione pubblica a goccia che interessa i nuovi impianti di alberi e specie arboree ed arbustive che devono essere preservati e per le altre modalità di innaffiatura delle aree verdi pubbliche la cui sospensione comporti danni irreversibili alle essenze arboree. In tal caso dovrà comunque essere ridotta al massimo possibile la frequenza dei cicli di innaffiatura».

L’ordinanza vieta anche «il lavaggio di cortili, piazzali e terrazze, il lavaggio di veicoli privati, ad esclusione di quello svolto

dagli autolavaggi. Vietato il riempimento o l’alimentazione di fontane ornamentali, vasche da giardino, piscine private anche se dotate di impianto di ricircolo dell’acqua». Stop alle fontanelle pubbliche «ad erogazione continua non dotate di rubinetto di chiusura e apertura del flusso, fatta eccezione per quelle necessarie al monitoraggio della salubrità dell’acqua».

In sintesi, sono proibiti «tutti gli usi diversi da quelli alimentare, domestico e igienico, se non strettamente necessari».

«Il Comune – sottolinea Palazzi – fa la propria parte per ridurre al minimo lo spreco d’acqua in particolare in questo periodo

di siccità. Chiedo che anche i cittadini mantovani, ciascuno nel proprio ambito, si facciano responsabilmente parte attiva di questo sforzo finalizzato a preservare quanto più possibile un bene prezioso e indispensabile come l’acqua. Altre buone prassi sono pubblicate sulla pagina Facebook del Comune di Mantova».

LE PREVISIONI.

La grande bolla africana continuerà a pompare caldo torrido in Italia e in Europa anche la prossima settimana. Già oggi, nel

Mantovano, avvertiremo un aumento di temperatura. «La massima in città dovrebbe raggiungere i 35 gradi – spiega Marco Giazzi di Meteonetwork – ma la giornata di lunedì sarà probabilmente la più calda della settimana, con una massima che toccherà i 37 gradi, forse addirittura i 38».

E la pioggia? «Martedì potrebbe, e sottolineo l’uso del condizionale, esserci l’unica parentesi di precipitazioni della

settimana – dice Giazzi – è previsto il passaggio di una perturbazione sulle Alpi nel pomeriggio, ma città e buona parte del territorio provinciale rischiano di essere fuori dalla sua portata. Forse l’Alto Mantovano potrebbe essere interessato da qualche temporale. Potrebbero essere temporali molto violenti, in grado di fare danni senza, ovviamente, risolvere il problema della siccità». Qualche dato statistico ci può far comprendere la gravità della situazione. Da inizio anno ad oggi sono caduti in città solo 155 millimetri di pioggia. «Di norma dovrebbero essere circa 400 – spiega Giazzi – in giugno, poi, ne sono caduti solo 17».

(Nicola Corradini, 25 giugno 2022, Gazzetta di Mantova.)

Il verbo recepire (in corsivo nella prima riga del testo) ha come contrario:

 

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2743517 Ano: 2022
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Giro di vite sull’uso dell’acqua anche a mantova: scatta l’ordinanza del sindaco palazzi

MANTOVA. Giro di vite sull’uso dell’acqua sul territorio comunale. Recependo le indicazioni del decreto della Regione per

affrontare l’emergenza siccità, il sindaco Mattia Palazzi ha firmato un’ordinanza per ridurre lo spreco d’acqua. Il documento prevede «con decorrenza immediata e sino al termine dello stato di criticità idrica (il decreto regionale lo fissa al 30 settembre), il divieto di prelievo e di consumo di acqua potabile per l’irrigazione ed annaffiatura di giardini e prati privati e pubblici, fatta eccezione per l’irrigazione pubblica a goccia che interessa i nuovi impianti di alberi e specie arboree ed arbustive che devono essere preservati e per le altre modalità di innaffiatura delle aree verdi pubbliche la cui sospensione comporti danni irreversibili alle essenze arboree. In tal caso dovrà comunque essere ridotta al massimo possibile la frequenza dei cicli di innaffiatura».

L’ordinanza vieta anche «il lavaggio di cortili, piazzali e terrazze, il lavaggio di veicoli privati, ad esclusione di quello svolto

dagli autolavaggi. Vietato il riempimento o l’alimentazione di fontane ornamentali, vasche da giardino, piscine private anche se dotate di impianto di ricircolo dell’acqua». Stop alle fontanelle pubbliche «ad erogazione continua non dotate di rubinetto di chiusura e apertura del flusso, fatta eccezione per quelle necessarie al monitoraggio della salubrità dell’acqua».

In sintesi, sono proibiti «tutti gli usi diversi da quelli alimentare, domestico e igienico, se non strettamente necessari».

«Il Comune – sottolinea Palazzi – fa la propria parte per ridurre al minimo lo spreco d’acqua in particolare in questo periodo

di siccità. Chiedo che anche i cittadini mantovani, ciascuno nel proprio ambito, si facciano responsabilmente parte attiva di questo sforzo finalizzato a preservare quanto più possibile un bene prezioso e indispensabile come l’acqua. Altre buone prassi sono pubblicate sulla pagina Facebook del Comune di Mantova».

LE PREVISIONI.

La grande bolla africana continuerà a pompare caldo torrido in Italia e in Europa anche la prossima settimana. Già oggi, nel

Mantovano, avvertiremo un aumento di temperatura. «La massima in città dovrebbe raggiungere i 35 gradi – spiega Marco Giazzi di Meteonetwork – ma la giornata di lunedì sarà probabilmente la più calda della settimana, con una massima che toccherà i 37 gradi, forse addirittura i 38».

E la pioggia? «Martedì potrebbe, e sottolineo l’uso del condizionale, esserci l’unica parentesi di precipitazioni della

settimana – dice Giazzi – è previsto il passaggio di una perturbazione sulle Alpi nel pomeriggio, ma città e buona parte del territorio provinciale rischiano di essere fuori dalla sua portata. Forse l’Alto Mantovano potrebbe essere interessato da qualche temporale. Potrebbero essere temporali molto violenti, in grado di fare danni senza, ovviamente, risolvere il problema della siccità». Qualche dato statistico ci può far comprendere la gravità della situazione. Da inizio anno ad oggi sono caduti in città solo 155 millimetri di pioggia. «Di norma dovrebbero essere circa 400 – spiega Giazzi – in giugno, poi, ne sono caduti solo 17».

(Nicola Corradini, 25 giugno 2022, Gazzetta di Mantova.)

Segna, tra le alternative sotto, in quali casi sarà permesso utilizzare l’acqua:

 

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Giro di vite sull’uso dell’acqua anche a mantova: scatta l’ordinanza del sindaco palazzi

MANTOVA. Giro di vite sull’uso dell’acqua sul territorio comunale. Recependo le indicazioni del decreto della Regione per

affrontare l’emergenza siccità, il sindaco Mattia Palazzi ha firmato un’ordinanza per ridurre lo spreco d’acqua. Il documento prevede «con decorrenza immediata e sino al termine dello stato di criticità idrica (il decreto regionale lo fissa al 30 settembre), il divieto di prelievo e di consumo di acqua potabile per l’irrigazione ed annaffiatura di giardini e prati privati e pubblici, fatta eccezione per l’irrigazione pubblica a goccia che interessa i nuovi impianti di alberi e specie arboree ed arbustive che devono essere preservati e per le altre modalità di innaffiatura delle aree verdi pubbliche la cui sospensione comporti danni irreversibili alle essenze arboree. In tal caso dovrà comunque essere ridotta al massimo possibile la frequenza dei cicli di innaffiatura».

L’ordinanza vieta anche «il lavaggio di cortili, piazzali e terrazze, il lavaggio di veicoli privati, ad esclusione di quello svolto

dagli autolavaggi. Vietato il riempimento o l’alimentazione di fontane ornamentali, vasche da giardino, piscine private anche se dotate di impianto di ricircolo dell’acqua». Stop alle fontanelle pubbliche «ad erogazione continua non dotate di rubinetto di chiusura e apertura del flusso, fatta eccezione per quelle necessarie al monitoraggio della salubrità dell’acqua».

In sintesi, sono proibiti «tutti gli usi diversi da quelli alimentare, domestico e igienico, se non strettamente necessari».

«Il Comune – sottolinea Palazzi – fa la propria parte per ridurre al minimo lo spreco d’acqua in particolare in questo periodo

di siccità. Chiedo che anche i cittadini mantovani, ciascuno nel proprio ambito, si facciano responsabilmente parte attiva di questo sforzo finalizzato a preservare quanto più possibile un bene prezioso e indispensabile come l’acqua. Altre buone prassi sono pubblicate sulla pagina Facebook del Comune di Mantova».

LE PREVISIONI.

La grande bolla africana continuerà a pompare caldo torrido in Italia e in Europa anche la prossima settimana. Già oggi, nel

Mantovano, avvertiremo un aumento di temperatura. «La massima in città dovrebbe raggiungere i 35 gradi – spiega Marco Giazzi di Meteonetwork – ma la giornata di lunedì sarà probabilmente la più calda della settimana, con una massima che toccherà i 37 gradi, forse addirittura i 38».

E la pioggia? «Martedì potrebbe, e sottolineo l’uso del condizionale, esserci l’unica parentesi di precipitazioni della

settimana – dice Giazzi – è previsto il passaggio di una perturbazione sulle Alpi nel pomeriggio, ma città e buona parte del territorio provinciale rischiano di essere fuori dalla sua portata. Forse l’Alto Mantovano potrebbe essere interessato da qualche temporale. Potrebbero essere temporali molto violenti, in grado di fare danni senza, ovviamente, risolvere il problema della siccità». Qualche dato statistico ci può far comprendere la gravità della situazione. Da inizio anno ad oggi sono caduti in città solo 155 millimetri di pioggia. «Di norma dovrebbero essere circa 400 – spiega Giazzi – in giugno, poi, ne sono caduti solo 17».

(Nicola Corradini, 25 giugno 2022, Gazzetta di Mantova.)

Le due frasi evidenziate in corsivo nel testo: “La massima in città dovrebbe raggiungere i 35 gradi” e “Forse l’Alto Mantovano potrebbe essere interessato da qualche temporale”, presentano un verbo al condizionale. Indica l'alternativa corretta.

 

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MANTOVA. Giro di vite sull’uso dell’acqua sul territorio comunale. Recependo le indicazioni del decreto della Regione per

affrontare l’emergenza siccità, il sindaco Mattia Palazzi ha firmato un’ordinanza per ridurre lo spreco d’acqua. Il documento prevede «con decorrenza immediata e sino al termine dello stato di criticità idrica (il decreto regionale lo fissa al 30 settembre), il divieto di prelievo e di consumo di acqua potabile per l’irrigazione ed annaffiatura di giardini e prati privati e pubblici, fatta eccezione per l’irrigazione pubblica a goccia che interessa i nuovi impianti di alberi e specie arboree ed arbustive che devono essere preservati e per le altre modalità di innaffiatura delle aree verdi pubbliche la cui sospensione comporti danni irreversibili alle essenze arboree. In tal caso dovrà comunque essere ridotta al massimo possibile la frequenza dei cicli di innaffiatura».

L’ordinanza vieta anche «il lavaggio di cortili, piazzali e terrazze, il lavaggio di veicoli privati, ad esclusione di quello svolto

dagli autolavaggi. Vietato il riempimento o l’alimentazione di fontane ornamentali, vasche da giardino, piscine private anche se dotate di impianto di ricircolo dell’acqua». Stop alle fontanelle pubbliche «ad erogazione continua non dotate di rubinetto di chiusura e apertura del flusso, fatta eccezione per quelle necessarie al monitoraggio della salubrità dell’acqua».

In sintesi, sono proibiti «tutti gli usi diversi da quelli alimentare, domestico e igienico, se non strettamente necessari».

«Il Comune – sottolinea Palazzi – fa la propria parte per ridurre al minimo lo spreco d’acqua in particolare in questo periodo

di siccità. Chiedo che anche i cittadini mantovani, ciascuno nel proprio ambito, si facciano responsabilmente parte attiva di questo sforzo finalizzato a preservare quanto più possibile un bene prezioso e indispensabile come l’acqua. Altre buone prassi sono pubblicate sulla pagina Facebook del Comune di Mantova».

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La grande bolla africana continuerà a pompare caldo torrido in Italia e in Europa anche la prossima settimana. Già oggi, nel

Mantovano, avvertiremo un aumento di temperatura. «La massima in città dovrebbe raggiungere i 35 gradi – spiega Marco Giazzi di Meteonetwork – ma la giornata di lunedì sarà probabilmente la più calda della settimana, con una massima che toccherà i 37 gradi, forse addirittura i 38».

E la pioggia? «Martedì potrebbe, e sottolineo l’uso del condizionale, esserci l’unica parentesi di precipitazioni della

settimana – dice Giazzi – è previsto il passaggio di una perturbazione sulle Alpi nel pomeriggio, ma città e buona parte del territorio provinciale rischiano di essere fuori dalla sua portata. Forse l’Alto Mantovano potrebbe essere interessato da qualche temporale. Potrebbero essere temporali molto violenti, in grado di fare danni senza, ovviamente, risolvere il problema della siccità». Qualche dato statistico ci può far comprendere la gravità della situazione. Da inizio anno ad oggi sono caduti in città solo 155 millimetri di pioggia. «Di norma dovrebbero essere circa 400 – spiega Giazzi – in giugno, poi, ne sono caduti solo 17».

(Nicola Corradini, 25 giugno 2022, Gazzetta di Mantova.)

Segna, tra quelle proposte sotto, l'informazione che NON è presente nell'articolo.

 

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Insegnare una lingua richiede che siano chiari concetti e termini condivisi dalla glottodidattica, come quello di lingua straniera (LS), lingua due (L2), lingua uno (L1). Indica, tra le alternative sotto, quella che contiene le giuste definizioni dei termini sopra.

 

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Una comunicazione efficace va al di là dell’uso corretto della grammatica: include la pragmatica, la prosodia e persino la gestualità. L’italiano ricorre ampiamente ai gesti per esprimersi: questo fa parte del mondo culturale (e delle conoscenze interculturali) che un apprendente della lingua italiana deve saper riconoscere e utilizzare.

(immagini tratte da Naddeo, C. e Orlandino, E., Dieci, lezioni di italiano, Alma Edizioni, 2019.)

Indica, tra le alternative sotto, quella che descrive meglio i gesti riportati nelle immagini.

Enunciado 2917406-1

 

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